Giorno dopo giorno conosciamo il tempo delle donne,
scandito nelle tappe più significative delle pari opportunità
e scopriamo i tempi delle donne, in dodici storie straordinariamente normali

LA RAGAZZA CHE SUSSURRA ALLE PECORE

Mettila di fronte ad una sfida e gli sarebbero venute una, due, tre idee, forse di più. Si potrebbe parafrasare così, la storia di Katy Mastorci, toscana di origini, con radici venete ben radicate, trentasette anni, due bambini (di cinque anni e venti mesi), un marito, Laurea e Dottorato in Biotecnologie ed un’Azienda agricola bio innovativa - l’unica che lo scorso anno è stata in grado - nella Pedemontana trevigiana, di accedere ai contributi del PSR (Programma Sviluppo Rurale) per il “Sostegno a investimenti nelle aziende agricole”.

Katy al momento di questa intervista - contando la sequenza delle idee - è alla numero uno (realizzata), ma la seconda e la terza sono già in fase di decollo. L’Azienda agricola: la Vitiotec - il cui brand Reghét significa nel dialetto della zona “germoglio che rinasce” - è già una realtà importante, il mini - caseificio è praticamente pronto e per l’agri - alloggio manca poco. In una sola formidabile realtà unisce agricoltura, commercio, turismo, viticoltura, pastorizia, tecnologia, innovazione. A tutto questo si aggiunge l’impegno civico: è Vicesindaco del suo Comune, con l’Assessorato all’Agricoltura e all’Ambiente, eletta in una Lista Civica “anche se non pensavo di prendere tutti quei voti…”, punto di riferimento per le donne e portatrice di innovazione allo stato puro. Lo scenario è quello suggestivo di un piccolo paese della Pedemontana: Osigo, frazione di Fregona: trecentoventisette metri di altitudine e poco più di ottocento abitanti. Katy è una di quelle persone che sono state capaci di dare le grandi svolte alla vita, di intuire il momento giusto per cambiare. Una capacità innata, forse in parte ereditata da una mamma giovane e coraggiosa 
e da una nonna veneta che ha saputo educarla all’impegno, alla fatica, 
allo studio, al risultato. Grazie a questa capacità, ha saputo gettare il cuore oltre l’ostacolo. Dopo la Laurea in Biotecnologie a Padova, l’Erasmus 
a Barcellona, durante il dottorato ha sviluppato un progetto importante 
in Svizzera, c’è stato il lavoro al Centro di Riferimento Oncologico di Aviano: “dieci anni di ricerca sui linfomi, un lavoro duro, ma intenso ed appassionante che mi ha consentito di fare pubblicazioni e di ottenere buone soddisfazioni. Quando sono arrivata all’ultima borsa vinta, quella dell’Airc (tre anni), con cinque mesi della prima maternità non pagata e nessun contributo previdenziale versato, ho capito che sarebbe stato l’ultimo rinnovo 
e che era finalmente giunto il momento di cambiare. Mi ero stancata 
di un mondo in cui si poteva contare su una fantomatica “piramide 
del ricercatore” come soluzione al precariato, il numero di pubblicazioni 
con “primo nome, secondo nome”, quei progetti tutti a scadenza ma senza 
il dovuto riconoscimento adeguato ai livelli di conoscenza. Noi ricercatori 
in borsa di studio eravamo considerati lavoratori ai fini Irpef, ma studenti 
per tutti gli altri aspetti. Non mi è mai piaciuto l’atteggiamento 
di chi si lamenta ma sta solo a guardare, aspettando che le cose cambino 
da sole. Ho avuto la fortuna di incontrare un ragazzo della zona di Fregona, poi diventato mio marito, Manuel, che ha la mia stessa passione 
per la natura e che mi ha sostenuto, insieme alla sua famiglia, nelle scelte. L’idea imprenditoriale è scaturita dalla conoscenza di uno sport: lo sheepdog, passione dei proprietari dei border collie, cani che vengono utilizzati 
per la conduzione di greggi. Ho imparato le basi di questo sport 
a Fontanafredda e poi tutto è venuto di conseguenza. Ho investito subito sulle pecore: sono animali pieni di risorse. Sono partita - nel 2012 - 
con l’acquisto condiviso con amici di sei pecore, ora ho un gregge tutto mio di cinquanta pecore, teniamo puliti dieci ettari di pascolo, parte di nostra proprietà parte in gestione. Ho poi ampliato l’azienda acquistando tre ettari 
e mezzo di vigneto, produco, per ora, tre tipi di vini che vendo a privati 
e ristoratori, il laboratorio per le piccole produzioni locali è quasi pronto 
e l’agri - alloggio sarà la stalla qui dietro, ho già il progetto pronto. 
Punto al benessere degli animali e traduco la sostenibilità in fatti concreti. 
Il passaggio dallo studio dei linfomi all’allevamento delle pecore non è stato facile. Ho avuto la spinta iniziale da mia mamma - che nel frattempo 
era tornata in Toscana - pur dispiaciuta per l’apparente abbandono 
degli studi scientifici, ha creduto in me e mi ha aiutato. In poco tempo, grazie anche all’aiuto della famiglia di mio marito ed all’abitudine allo studio, ho acquisito le competenze per affrontare l’ovicoltura. Ho scelto pecore autoctone, di razza alpagota, che hanno tre grandi attitudini: producono latte, carne (l’agnello allevato da noi è un presidio slow food), e lana. 
La mia impresa racchiude tutto il ciclo produttivo: la tecnologia 
è fondamentale, così come la capacità di accedere ai fondi. 
Ero abituata a correre contro il tempo per i bandi e per scrivere progetti quando facevo ricerca, ed ora, di notte, quando i bambini sono a letto, accendo il computer e mi occupo della parte burocratica e aziendale. 
Mi leggo i bandi fino all’ultima riga e partecipo. Per rientrare nell’ultimo bando serviva un titolo: mi sono fatta il corso col secondo bambino di quindici giorni praticamente sempre in braccio. Mi sono costruita da sola il sito, strumento fondamentale per un’azienda, sempre lavorandoci di notte. In questo periodo, coi bambini a casa e durante tutto il lockdown, la fatica l’ho sentita tutta. Mi manca il tempo per seguire bene le cose, faccio tutto 
di corsa ma quando arrivo al pascolo la fatica passa e mi si apre il cuore. 
Le mie pecore riconoscono la macchina da lontano, con ognuna di loro 
ho un rapporto speciale, sono le mie Muse ispiratrici, per ciascuna, 
ho riservato un nome speciale, spesso ritrovo in loro la naturale ispirazione a nuove idee o soluzioni. Non a caso, una delle mie preferite si chiama Talia, come una delle Muse greche.”

Il motto: crearmi una vita da cui non mi serva prendermi una vacanza
Chi ti ha aiutato: mia mamma mi ha dato la prima spinta
Cosa mi manca: un aiuto esterno strutturato per i bambini
Il sogno: avere tempo e serenità per far bene le cose e seguire tutto

QUEL LAVORO IN UFFICIO:
COL PENSIERO FISSO DELLA RESPONSABILITÀ

G.T.: si presenta così questa signora bionda, dallo stile casual ma elegante, che accetta di parlare di sé in un momento di grande stanchezza. 
Lo fa perché si fida, ed è convinta che sia giunto il momento di liberarsi 
di certi tabù, di infrangere le regole del perbenismo e di non tenersi dentro certi macigni. Per il bene delle altre donne e per dare un segnale concreto: libertà è anche poter parlare dei propri problemi e delle malattie scomode.

G.T. ha cinquantasette anni, una vita apparentemente normale e tipicamente trevigiana. Figlia di un piccolo imprenditore del settore edile e di una mamma casalinga, ha frequentato il Liceo classico Canova ed ha una laurea in lingue, ha insegnato pattinaggio e pallavolo, ha animato sagre, grest e parrocchie, ha un marito architetto ed un lavoro in un’Associazione di categoria 
in cui si è potuta realizzare. G.T. ha molte amicizie e relazioni: gli anni
di lavoro nelle aziende prima e nelle Associazioni di categoria poi, 
le hanno aperto molti contatti, conoscenze, esperienze, rapporti istituzionali. Una gioventù libera, aperta, ricca di promesse, successi a scuola, opportunità e la possibilità di scegliere il primo lavoro dopo la laurea. 
Ha imboccato da subito la strada del lavoro in azienda, inseguendo 
un sogno: lavorare alla Benetton, nell’area commerciale. 
“Era, negli Anni ’90, un marchio che rappresentava il sogno di tutti noi ragazzi, mi sentivo rappresentata, era il nostro orgoglio”. G.T. ha un lavoro complesso, a tratti pesante, con scadenze, che non finisce mai, che torna nei pensieri e nelle telefonate anche alla sera e alla domenica: ma grazie a quel lavoro, a quello stipendio sicuro, ha potuto riscattare la casa del padre, impegnata a causa di una disavventura imprenditoriale 
che lo ha costretto a chiudere quella piccola impresa che - per molti anni buoni - ha dato frutti, benessere, studio e prospettive alla famiglia. Ha un matrimonio solido e felice celebrato in un giorno funesto: mentre stava per sposarsi, moriva la zia materna, malata da tempo, amata sorella 
della madre. Un ricordo struggente che si porta nel cuore: quella giornata 
di festa tanto attesa con il peso del lutto, la mamma distrutta e senza i cugini più cari. Un dramma che non ha però minato l’unione di coppia, che resiste da oltre venticinque anni. “Mio marito” - conferma - “mi capisce sempre, c’è, è stata la mia fortuna”. Ama l’arte, la cultura e la cucina ma fa i conti, da sempre, con la malattia mentale del fratello e con un padre ora anziano. Un fratello di cui si prende cura in prima persona dopo la morte della madre (2012) e che - forse inconsciamente - l’ha portata a scegliere di non avere figli. “Mio fratello ha tre anni meno di me - racconta G.T. - fin da subito sembrava un bambino vivace, disattento, con problemi. All’epoca si diceva caratteriale. La maestra aveva consigliato a mia mamma le scuole differenziali. I miei genitori si sono preoccupati molto, hanno fatto quello che potevano, ma nessuno ci ha mai spiegato in cosa consistesse sul serio la malattia mentale. Siamo arrivati - dopo anni - a diagnosi confuse. Abbiamo affrontato la malattia così, senza risorse psicologiche e senza gli adeguati mezzi 
di comprensione: nel lungo e tortuoso percorso, fortunatamente qualche buon consiglio e qualche psichiatra illuminato, ci hanno fatto fare le scelte giuste ed ora I.C. (il fratello) lavora - grazie al concorso vinto ed alla legge 104 - in una struttura pubblica come addetto al magazzino. 
“Ringrazio quel momento - spiega G.T. - perché ha rappresentato la svolta: una buona terapia ed un lavoro possono cambiare il destino di queste persone. Ho sempre sentito la responsabilità della sua cura ed ogni giorno mi chiedo che ne sarà di lui se mi dovesse capitare qualcosa. Al mattino 
mi alzo, vado al lavoro, ma il primo pensiero è per loro: mio padre anziano che non ci vede più e mio fratello, fragile e sensibile. 
Mi occupo delle medicine, della loro casa, mi preoccupo di quello 
che mangiano. Per le ferie mi devo organizzare: o me li porto o trovo 
qualche aiuto. Per anni, non riuscivo a parlare del mio problema, 
di mio fratello, lo stigma della malattia mentale negli ambienti 
che frequentavo era troppo alto. Poi la burocrazia, l’invalidità, le carte, 
le visite, i certificati: nessuno ci ha mai spiegato a cosa andavamo incontro 
e con quali mezzi potevamo affrontare questa malattia che non ha nemmeno mai avuto un nome preciso e definito. L’ho capito giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, sola davanti ai suoi crolli e alle sue urla. Ho avuto la fortuna 
di avere al mio fianco un marito eccezionale, che mi ha sostenuto 
e compreso e che condivide con me il peso della responsabilità ed allevia 
le paure. Oggi, quando vado al lavoro, sono contenta di essermi salvata, 
di aver mantenuto l’autonomia e la forza per tenere insieme questa 
mia famiglia strana e molto amata, di aver potuto pagare il mutuo 
e di aver protetto mio padre dal fallimento. Il lavoro è autonomia, libertà, possibilità di cura, riscatto, forse anche felicità. Oggi posso raccontare 
da dove sono partita, quando non capivo che quelle urla non erano 
le vivacità di un bambino, ma le avvisaglie di una malattia cronica”.

Il motto: finché c’è vita c’è speranza
Chi ti ha aiutato: mio marito
Cosa ti manca: un punto di riferimento sicuro nella gestione della malattia
Il sogno: poter lavorare per la Benetton

SI PUÒ SEMPRE RIPARTIRE (DA ZERO)

Si può sempre ripartire: da zero, a quarantatré anni, con tre bambini piccoli, senza casa, senza lavoro con una separazione ancora fresca
e in una nuova città. A provarlo è Chiara, che ci racconta la sua storia 
al termine di una delle prime giornate del suo nuovo lavoro, appena trovato, grazie ai colloqui con le Agenzie e ai consigli dello Spazio Donna.

La storia di Chiara potrebbe essere una delle tante che rientrano genericamente nelle storie dei matrimoni imprevedibilmente finiti, in quel: 
chi l’avrebbe mai detto? È invece una grande testimonianza di speranza, 
di rinascita, di ripartenza, di capacità di liberarsi dai sensi di colpa. “Sono nata e cresciuta a Treviso, ho studiato e frequentato il Liceo Classico, poi la Laurea in Giurisprudenza, il Master in mediazione famigliare, un primo lavoro in azienda” - racconta Chiara. “Poi il matrimonio - felice e desiderato - è stato frutto di un patto coniugale forte, chiaro, condiviso, onesto, 
in cui ci siamo detti: “vogliamo dei bambini, siamo felici, tu ti occupi 
della famiglia ed io lavoro, sono in carriera e sono costretto a cambiare città spesso”. Un patto - questo dell’io garantisco lo stipendio e tu ti occupi 
della famiglia - che ha funzionato, ha portato a cambiare tre città e altrettante gravidanze serene: Roma, Udine, La Spezia, a ricominciare ogni volta, 
a instaurare nuove relazioni”. “Sono stati anni intensissimi: in ogni città arrivavo e ricominciavo, 
mi informavo subito dove erano l’Ospedale per partorire ed il pediatra. 
Mi veniva tutto facile. Sono stati anni belli e quasi magici, la terza bambina l’abbiamo cercata e voluta: non sono mai stata ingabbiata in casa e non sono mai stata fissata con l’ordine. Coi bambini frequentavo asili, parchi, mamme, festicciole: ho sempre pensato di tenere salda, in qualunque posto andassi, la rete sociale. Ho amiche che posso chiamare disperata alle tre di notte 
e su cui posso contare. Mi hanno aiutato molto. Poi il patatrac impensabile: la rottura con mio marito - uomo in carriera, di rara intelligenza e di grande fascino - al culmine di un periodo di superlavoro e di grande stress. 
Mi sono trovata di fronte ad una scelta: salvare me stessa e mettere 
in sicurezza i bambini, o votarmi al conflitto per tutto il resto della vita. 
Mi ha aiutata una brava psicologa. Mi ha detto: “signora, si metta al sicuro e guardi avanti, ha tre figli da proteggere”. Da quel momento, dalla rottura - dopo un percorso profondo in cui siamo stati anche aiutati - siamo arrivati sereni alla separazione, avevamo capito che c’erano cose irrisolte 
che partivano da molto lontano. Ho trovato le forze per azzerare i sensi di colpa, sono tornata a Treviso coi bambini dopo tredici anni, ho chiesto ospitalità ai miei genitori per due mesi e da lì sono ripartita. 
Non avevo nulla, se non la mia laurea in tasca, il master ed alcuni anni 
di lavoro da mettere in curriculum. Senza un lavoro trovare un casa in affitto era un miraggio. Mi ha aiutata mio fratello, il mio pilastro: in poco tempo 
ho messo su casa per l’ennesima volta, ho recuperato mobili ovunque, 
ho trovato amici e tanta gente solidale. Non ho mai smesso di tutelare 
la mia vita privata, per alcuni mesi ho avuto un amico che vedevo ogni tanto, solo qualche week-end, che è stata una grande spalla 
e che mi ha dato coraggio. Ho subito cercato le scuole per i bambini: 
tutti e tre vicini, nello stesso comprensorio, potevo accompagnarli a piedi 
e potevo ristabilire la rete sociale con gli altri bambini del quartiere 
e con le mamme. Il caffè alla mattina e gli aiuti per i compiti. La salvezza. 
Poi i colloqui, le ricerche, l’impegno per trovare un lavoro fino all’approdo 
allo Spazio Donna. 
E il grande consiglio, di un’Agenzia: “signora, lei ha un buon curriculum, 
ma non dica che ha tre figli piccoli”. Da lì, in pieno lockdown, è arrivato 
il colloquio giusto, quello che ti cambia la vita. Ora sono brand ambassador per una multinazionale: ho una zona commerciale da coprire che va da Udine a Vicenza, percorro mille chilometri a settimana e sono felice, tutto funziona 
e mi organizzo con gli orari. Lavorare non mi pesa, mi sento libera 
e fortunata. Col lavoro posso garantire un futuro ai miei figli e mi sento realizzata. Mio marito - ora ex - mantiene un rapporto sereno e collaborativo coi bambini. È un vita diversa da quella che pensavo, ma mi sono riscoperta molto più ricca, matura, consapevole di essermi salvata”.

Il motto: domani è un altro giorno, si vedrà
Chi ti ha aiutato: i miei genitori e mio fratello
Cosa ti è mancato: la libertà
Il sogno: comprare una casa per i bambini

QUEL PART-TIME IN NEGOZIO:
LA DIGNITÀ RICONQUISTATA

I.C., queste sono le iniziali con cui questa signora mora, curata, gentile, si presenta all’appuntamento. La sua è una storia difficile, con un passato
di grande sofferenza, segnata da una relazione sbagliata, da violenze fisiche e psicologiche, da corse al pronto soccorso, colloqui con gli psicologi 
ed i servizi sociali, referti sommari, sentenze tardive, debiti accumulati, contratti brevi e precari, ma è anche una storia di speranza, di fatica,
di dignità riconquistata, di amore per il lavoro nel mondo del commercio 
e per la figlia.

Ha vissuto sulla propria pelle le incongruenze della burocrazia, ha sperimentato di persona le assenze dei navigator, ha potuto risolvere, temporaneamente, qualche emergenza con la Naspi e col reddito 
di cittadinanza. Da poco, ha ricominciato a lavorare qualche mezza giornata come baby sitter in una bella famiglia ed ha ottenuto, grazie ad un annuncio, un periodo di prova in un nuovo negozio del centro per il turno domenicale 
e per qualche altra mezza giornata infrasettimanale. Un nuovo inizio. I.C. ha quarantasei anni, vive in una casa in affitto, ha una amatissima ragazzina, una madre anziana ed un ex compagno che paga poco 
e saltuariamente gli alimenti. Ha iniziato - dopo il diploma - a lavorare come commessa. Conosce tante tipologie merceologiche: è esperta nell’abbigliamento. Poi la crisi del commercio, unita al cambiamento 
dei consumatori e del mercato, hanno isolato e marginalizzato questa donna dal buon gusto innato che sogna di poter lavorare nel commercio 
con un contratto stabile e part time, che è felice quando lavora in negozio, dietro al banco, quando vende un vestito, un oggetto, un accessorio 
o una tovaglia, quando dà un consiglio, amata e stimata dai clienti. “In quasi tutti i negozi in cui ho lavorato” - racconta - “mi chiedevano 
se l’attività era mia. Ho lavorato sia nei centri commerciali che nei piccoli negozi di quartiere. Per un breve periodo ho avuto anche una mia attività: non ho mai smesso di cercare nuovi stimoli. Mi piace creare e personalizzare oggetti ed accessori, lavoro continuamente con la fantasia. Ho sempre avuto un rapporto speciale coi miei clienti, un rapporto di fiducia ed i titolari mi hanno sempre concesso la massima autonomia. I tempi belli del commercio sono finiti ed io ho il grande limite del part-time perché tra le mie priorità c’è sempre mia figlia, che seguo e che non mi sento di lasciare per tutto il giorno. Ho appena ottenuto l’affido esclusivo e sono molto contenta. Dal 2008, sono alla ricerca di un lavoro stabile: le ho provate tutte ed ho fatto tanti colloqui. Ora si sta aprendo qualche spiraglio. Cosa mi manca? Mi manca l’aria: quando non riesco a pagare bollette
e spese di condominio non respiro più, mi vengono gli attacchi di panico. Il mio medico lo sa e mi chiede come faccio a resistere. Sogno di poter avere un contratto stabile per dare a mia figlia quello che serve e garantirle un futuro sereno, studi seri e costruttivi, sogno di non dover più elemosinare aiuti, di avere quello che basta per pagare le spese di condominio, 
di non temere che mi stacchino le utenze, di non dover più fare l’equilibrista per arrivare a fine mese. Il commercio è cambiato, cercano persone giovani e full time, io, per il retail sono considerata vecchia anche se ho esperienza, fortunatamente posso lavorare alla domenica, quando gli altri dormono 
o si riposano dopo le feste, posso lasciare mia figlia da mia mamma 
per qualche mezza giornata. 
Ogni giorno penso a come risolvere il quotidiano, a come riprendere in mano la mia vita, a come ricominciare. Mi sento invisibile, nessuno pensa a noi, donne non più giovanissime con impegni famigliari onerosi alla ricerca 
di un nuovo inizio. Ho bisogno di staccare, di poter contare su Istituzioni 
che ci capiscano e ci vengano incontro, il navigator mi ha detto: 
“ci sentiamo signora, le mando una mail”, io però so di essere esclusa 
da una fetta di lavori ma sono sempre disposta a rimettermi in gioco. Ho visto un annuncio, in centro apre un nuovo negozio: cercano personale per la domenica, ci ho riprovato, mi sono messa in gioco, sto iniziando, 
sono in prova ed ho ricominciato a credere nel mio futuro. Riparto da qui, 
da una via del centro, da un prodotto che mi piace, ho già le foto 
della vetrina, sono felice, posso comprare un gelato a mia figlia, uscire e fare una passeggiata serenamente con lei. Si riparte. La felicità è dietro il banco ed il sogno di una vita senza debiti non è poi così lontano. 
La domenica mattina in negozio è una promessa di speranza e di futuro: 
la città, ancora assonnata, scorre lenta intorno a me, poi si risveglia 
e si anima, mi sento orgogliosa del negozio. Il nuovo lavoro mi appassiona 
e sto imparando tante nuove cose.”

Il motto: tutti siamo utili, nessuno è indispensabile
Chi mi ha aiutato: mia madre
Cosa mi manca: l’aria, mi capita di non riuscire a respirare quando sono in emergenza economica
Il sogno: poter lavorare, per liberare il mio estro e riprendere in mano la mia vita

C’È SEMPRE UN LATO BELLO DELLA VITA:
BASTA SAPERLO TROVARE

“Avrei potuto raccontarti la mia vita al contrario, ma te la racconto così, con semplicità, iniziando dalle cose belle e non da quelle brutte. C’è sempre un lato positivo in tutto”. È questa la lezione magistrale di Raffaella Bagni, quarantotto anni, tre figli, infermiera, tre fratelli, un divorzio, una convivenza, originaria di Recanati, trevigiana di adozione, oggi felicemente single.

Le cose belle - Raffaella - le ha sapute trovare. Iniziando a cogliere fin da subito le opportunità che la vita le ha offerto, quando la maestra della scuola elementare della sorella, vedendola ragazzina al bar della mamma, le ha consigliato di fare l’infermiera e di accedere alla scuola professionale. “Avevo appena finito le medie” - racconta- “e ho subito capito che quel consiglio avrebbe potuto aprirmi la strada della vita. E così è stato: sentivo che potevo fare una professione di aiuto, dai salesiani avevo imparato molto. Ho scelto il biennio più vicino casa e poi l’accesso alla scuola professionale. A vent’anni avevo già un posto sicuro, guadagnavo un milione e ottocento mila lire, ero felice e soddisfatta, a ventidue anni mi sono sposata. In Ospedale ho incontrato qualche persona spiacevole all’inizio, ma sono sempre riuscita a lasciar perdere, ho avuto l’opportunità di crescere, di fare tanti corsi, di fare del bene, ricordo il mio primo reparto con affetto, faccio il lavoro più bello del mondo. Il lavoro a turni è stata una grande opportunità, mi ha consentito di crescere serenamente tre bambini e di trovare anche lo spazio per me, di trasferirmi senza problemi quando ho voluto salire in Veneto per cercare chances migliori per i miei figli, grazie ad una mobilità interna. L’ultimo slancio che mi ha regalato la professione è stato nel pieno della pandemia Covid: ho fatto la domanda per partecipare al Bando della Protezione Civile e quel mese di full immersion senza sosta a Bologna in terapia intensiva, in cui mi sono trovata a dare il cambio a colleghi stremati ed a pregare per anziani sconosciuti - mi ha restituito una grande carica e un’ enorme soddisfazione, mi ha aggiunto un’esperienza che mi mancava. Non ho mai avuto paura dei contagi, sapevo che era una cosa giusta e bella da fare. La stanchezza si, c’è stata, ma è arrivata alla fine. Quando sei lì col paziente non la senti, non hai il tempo di pensarci.” Tre figli: due femmine ed un maschio (19, 21 e 24 anni) “ancora alla ricerca del proprio posto nel mondo”, il divorzio, la lunga convivenza conclusa, il lavoro a turni, una malattia cronica con cui convivere, la grave patologia del fratello di qualche anno fa, una casa in affitto ed una - quella di proprietà - nella campagna lontana a Recanati. La traduzione di tutto questo è: autostima al massimo, felicità nelle piccole grandi cose e - soprattutto - il saper restare in una quotidianità virtuosa ed equilibrata, dove ha trovato la capacità di farsi bastare quello che c’è, che non rincorre l’estetica, ma la ritrova in quel sapersi curare che ha insegnato anche alle figlie, come in una sacra alleanza al femminile che non è intaccata neanche dal ragazzo, il primo figlio maschio, ospite gradito quando c’è, ma quasi ‘intruso’ nelle spese fatte insieme al supermercato, nelle cerette fai da te, nelle pieghe fatte in casa, nelle ricette semplici e buone di una cucina sana che unisce la famiglia. La maternità è “un ricordo bellissimo: avevo tre bambini buoni ed è stato tutto facile. Anni di coccole e di pomeriggi al mare. Mai un raffreddore all’asilo.” “Tutto questo”- afferma Raffaella – “è la mia vita, ho imparato ad apprezzare quello che ho, a rendermi conto che c’è sempre qualcuno che sta peggio, a cercare sempre nuovi stimoli. Ho indagato ambiti che non conoscevo: la scrittura autobiografica, il counselling, la medicina narrativa, tutti stimoli utili. Guardo avanti e mi sento in ricerca e in trasformazione. Il cartello appeso nello studio di un sacerdote salesiano che conoscevo da ragazzina recitava: “Se non c’è rimedio perché ti arrabbi?” mi ha insegnato a cercare il lato positivo di ogni cosa ed a valutarle al netto dei problemi, che ci sono sempre e per tutti. Ho imparato a selezionare e a stare con le persone con cui sto bene, a stabilirmi obiettivi aperti.”

Il motto: la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita (Forrest Gump)
Cosa ti ha aiutato: il mio lavoro “il più bello del mondo”
Cosa ti manca: il mare delle Marche col suo clima asciutto
Il sogno: ne ho tanti, tutti aperti

GETTARE IL CUORE OLTRE L'OSTACOLO

Vita ha quarantasei anni, una casa in periferia, un lavoro da commerciale
in azienda, un marito - Lino - due figli una ragazza (di sedici anni) un ragazzo (di quattordici) cui si è aggiunto da due anni circa il terzo figlio affidatario. “Non siamo la famiglia del Mulino Bianco” - tiene a precisare Vita - “sono semplicemente una donna fortunata.

Ho un legame di coppia solido grazie ad un uomo speciale: mio marito lavora a contatto con le persone, abbiamo impostato fin da subito il nostro rapporto su una base di rispetto profondo e di parità, ci gestiamo congiuntamente le agende, la cura e gli impegni. Entrambi dedichiamo almeno mezza giornata a casa e famiglia.
Lino poi ha un DNA particolarmente propenso alla famiglia: 
viene da una famiglia numerosa dai grandi valori, ha tre fratelli 
ed una sorella. La sua è ancora una di quelle famiglie dalle grandi tavolate, dai camini accesi, dalle otto persone a pranzo ogni giorno, dai raduni 
con decine di cugini. Una famiglia ricca di sensibilità ed umanità dove 
il nonno ha saputo trasmettere per primo - soprattutto ai tre figli maschi 
- il valore del rispetto per la nonna e per le donne. 
Per questo motivo, non ho mai avuto problemi, Lino è completamente interscambiabile con me: una domenica su quattro fa assistenza 
a sua madre anziana, è in grado di provvedere a tutto. 
A casa nostra non ci sono definizioni di ruolo: ci aiutiamo e basta, facciamo entrambi quello che serve per mandare avanti la famiglia e i ragazzi. 
Stiamo insieme da quasi trent’ anni: l’arrivo dei bambini 
non ci ha particolarmente scombussolato e abbiamo sempre tenuto alcuni spazi progettuali aperti al futuro. Lino ha voluto proseguire gli studi 
e due anni fa si è laureato, un obiettivo suo che abbiamo condiviso con gioia. L’affido era sempre nell’aria, era un progetto che abbiamo accarezzato 
più volte. Ci siamo decisi ed abbiamo fatto il corso, abbiamo valutato 
che “si poteva fare”. Poi il primo tentativo di abbinamento, il secondo, 
che ci siamo trovati a rifiutare per incompatibilità di età e condizioni. 
Infine, il terzo: due anni e mezzo fa è arrivato B.: aveva dodici anni 
ed era praticamente coetaneo di nostro figlio. Potevano fare un bel terzetto e diventare adolescenti assieme. B. è arrivato con un suo vissuto non facile e poca consapevolezza delle proprie capacità. Ci siamo buttati e l’abbiamo accolto: una famiglia con dei coetanei preadolescenti poteva essere 
una buona soluzione. Da lì è iniziata una nuova, inaspettata, esperienza - certo non facile - che ci costringe tutti ad adattarci e rimetterci in gioco 
ogni giorno. È arrivato nel passaggio dalle elementari alle medie. 
Siamo partiti col risolvere gli aspetti più urgenti: l’igiene personale 
in autonomia, il cibo sano, il sonno notturno. Poi mi sono dedicata al grande ripasso per poterlo inserire a scuola nel migliore dei modi. 
Tabelline e consonanti per un’estate intera. In un mese e mezzo i risultati sono stati sorprendenti: si teneva pulito, mangiava correttamente,
aveva un’infarinatura dei programmi di scuola. Sembrava niente 
ma per lui era tanto. Consapevoli che la normalità è un principio soggettivo e variabile e che bisognava mantenere obiettivi basici e sostenibili, abbiamo iniziato il nostro percorso di genitori affidatari, coordinandoci con i servizi 
e mantenendo gli incontri di monitoraggio, anche talvolta con la famiglia
di origine. Abbiamo organizzato tutto quello che potevamo, ma non abbiamo potuto cambiare quella sua indifferenza, quella scarsa empatia che capisco ma che mi disarma sempre. Sembra che tutto gli scivoli addosso 
- (è molto individualista) - non riesce ad essere sincero, cede spesso 
alle bugie e a volte entra in conflitto coi fratelli. Nonostante questo, 
la convivenza è serena, nostro figlio gli ha generosamente ceduto 
la sua camera e tra adolescenti, pur nella diversità, il ménage è sereno. 
B. ora è inserito, fa uno sport, suona e va a scuola. 
Siamo una famiglia normale e passiamo le giornate come tutti, dividendoci tra lavoro, sport, hobby e studio. Sono perfino riuscita ad infilarci l’impegno civico che mi occupa molto tempo ma mi dà grandi soddisfazioni. 
B. è arrivato in piena campagna elettorale per le elezioni amministrative. 
A volte sento la fatica fisica, ma non ho mai avuto dubbi sul desiderio 
di fondo: restituirgli le basi per una buona vita che gli riporti serenità. 
Dargli strumenti per diventare un adulto responsabile che sa distinguere
il bene dal male e stabilire le priorità, senza sprecare soldi e talenti. 
Questo è quello che conta, questo è il senso vero della nostra scelta. 
Tutto il resto viene dopo. Quando lo vediamo felice alle tavolate coi cugini, 
gli zii ed i nonni, siamo felici anche noi. Ha visto il mare, le montagne, 
la campagna. Ha una nonna in più: mia mamma, accogliente, gioviale 
ed ancora giovane, che ha saputo darci una mano e che lo ha a volte accudito. Gli ha insegnato a raccogliere i funghi e scherza con lui.
Questo ci basta, speriamo che serva anche a lui per superare questi anni difficili ed imboccare una sua strada, autonoma, consapevole e serena, 
per avere il senso di una famiglia buona che accoglie e cura. 
Non mi sento multitasking, a volte scappo e mi rigenero anche io, 
come tutte: tre giorni di vacanza “leggera” con le amiche mi bastano 
per caricare la batteria e ripartire alla grande e ritornare in forza dai miei tre bei figli adolescenti. Grazie famiglia!”

Il motto: più forti se uniti
Chi ti ha aiutato: il mio carattere, mio marito e gli insegnamenti dei miei genitori
Cosa ti manca: niente, ho tutti i supporti
Il sogno: andare in pensione il prima possibile per trasferirmi in un’isola

SOGNANDO CHIELLINI, INSIEME OGNI GIORNO

Simona ha quarantotto anni, alta e con occhi scuri ed intensi,
fa la parrucchiera a Treviso da quando ne aveva sedici, ha mani d’oro, tocchi fatati, visioni anticipatorie ed una naturale propensione al bello
ed al buono. Con un mix di eleganza, stile personale e naturalezza, trasforma i volti con semplicità e colora le chiome, nasconde i difetti ed esalta i pregi, sa confortare e motivare al cambiamento, comprende le timidezze e sa rapportarsi con chiunque.

È chef per passione e per gli amici, sa allestire tavolate con scenografie uniche ed addobbi da fare invidia ai mercatini altoatesini. Una vita sana - felice - se vogliamo concedere alla retorica di quella felicità in cui “non manca praticamente nulla” - ancorata a profonde radici venete e trevigiane, a genitori operosi, previdenti e saggi, capaci di aiutare i figli nel modo giusto. Una vita che scorre tranquilla - tra un lavoro, scelto con determinazione a sedici anni, in un mondo in cui è entrata da stagista
e ci è restata come imprenditrice, con una unione di coppia serena
con Tiziano che dura da oltre venticinque anni, un bambino voluto e arrivato dopo oltre dieci anni di convivenza, tempi cadenzati tra lavoro in negozio e nonni baby sitter “a tempo”, una casa accogliente e sistemata in base a spazi, passioni ed hobby, vicina ai genitori, una rete di amici forte che contorna allegramente i sabati, le domeniche, le feste, le vacanze, i week-end. Lo stop - quello che cambia la vita e costringe a rimettersi in gioco
- è arrivato il 21 ottobre 2011, quando T., il bambino che all’epoca aveva tre anni ed aveva appena iniziato la scuola materna, casca e perde i sensi
in un tranquillo pomeriggio a casa dei nonni paterni. 
“Ho ricevuto la telefonata dal mio compagno mentre stavo tornando 
dal lavoro, racconta. T. sta male, mia mamma non sa che fare, vado
a prenderlo, chiama la guardia medica intanto…”. Senza capire cosa fosse effettivamente successo, d’istinto ho capito
che l’emergenza era grande e sono corsa a preparare la borsa coi cambi ed il libretto sanitario della nascita. Siamo andati in velocità in Ospedale con T. totalmente privo di sensi, pensavamo fosse morto.
All’arrivo al Cà Foncello non ci sono stati dubbi e l’ingresso in Pediatria è stato tutt’uno con la terapia: ossigeno, flebo, tac, risonanza. Una notte concitata con la diagnosi sempre più chiara: ischemia cerebrale con danni al 97% delle vene ed interessamento delle carotidi. In pratica, è capitato quello che capita ai bambini molto piccoli con le morti bianche, si è salvato solo perché aveva superato i tre anni. Un caso rarissimo che ha lasciato di stucco medici, operatori ed entrambi i reparti, sia quello di Treviso, che ci ha accolto in emergenza, che quello di Padova, dove abbiamo affrontato il primo tratto del percorso. Quella notte ho solo pensato che intanto era vivo, respirava, e me lo sono fatto bastare, ho ringraziato il Signore: poteva essere morto. A mezzanotte è arrivato mio fratello Omar che si trovava fuori provincia per lavoro: solo per dirmi che come zio era con me, con noi, “se avete bisogno ci sono”. Nei giorni successivi poteva succedere qualsiasi cosa, nessuno faceva previsioni, la situazione era delicatissima, ma la certezza di essere di fronte ad una montagna da scalare c’era. Quella notte è stata lo spartiacque della mia vita: c’è stato un prima, tutto sommato semplice e prevedibile, e un dopo, fatto di cure, conquiste, interventi, attese, che tuttora hanno trasformato la mia vita in una normalità fatta di riabilitazioni, fisioterapie,
date per gli interventi. La forza di affrontare ciò che non conosci non pensavo di averla, ma ha contribuito a tirarmela fuori la dottoressa Da Dalt, oggi Primario a Padova, all’epoca medico in servizio a Treviso: “signora non si preoccupi ne verremo fuori, la mando a Padova con dispiacere ma le prometto che verrò a trovarvi e che non vi abbandono”. Quella frase mi risuona ancora, ogni giorno, quando mi guardo indietro e penso al lungo percorso fatto negli Ospedali. La dottoressa Da Dalt ci è sempre venuta a trovare, ogni mercoledi, a Padova, nei nostri lunghi ricoveri e non finirò mai di ringraziarla. E insieme a lei anche la dottoressa Cossettini e tutti i medici, fisioterapisti e sanitari che ci hanno aiutato e seguito negli anni, contribuendo ognuno col proprio contributo di coraggio, scienza e professionalità, a tentare di ridurre i danni in quella parte destra del corpo rimasta lesa.
I passi sono stati lenti e scanditi: il primo, il più confortante, è arrivato
al quarto giorno, quando T. ha ripreso a parlare da solo: “mamma mi metti Rai Yo Yo?”. Il linguaggio c’era, mancava tutto il resto, ma ho capito
che avremmo potuto farcela. Da lì in poi la strada è stata tutta in salita, abbiamo iniziato il nostro viaggio, la nostra avventura nella disabilità,
ma abbiamo incontrato maestre meravigliose, compagni alleati, amici veri. Intorno a me, al mio compagno Tiziano e a T. si è stretta una comunità affettuosa: fatta di amici carissimi come Monia, Massimiliano, Giorgia, cugine lontane come Tata e Camy che sono come sorelle e molti altri.
Non ci hanno mai lasciato soli ed ogni controllo è una conquista comune. Oggi T. è al quarto intervento ed altri ne dovremmo ancora fare, e la Clinica di Rimini sul mare è la nostra seconda famiglia perché ci passiamo gran parte delle nostri estati. Organizzo il lavoro in negozio con turni verticali e mi alterno all’assistenza col mio compagno, coi nonni o con mio fratello, non lo lasciamo mai solo. Abbiamo ricevuto disegni, striscioni, regali, video con gli ‘in bocca al lupo’, diplomi di coraggio. La fisioterapia fa parte della nostra vita quotidiana. T. conosce i termini medici, si rapporta con qualsiasi dottore, capisce che quando un medico dice ‘è per il tuo bene’ non ci si può opporre, partecipa alle scelte ed ascolta tutti i colloqui, affronta consapevolmente il suo dovere di piccolo paziente e sa essere orgoglioso dei risultati raggiunti. Sogna di poter giocare a calcio, come tanti ragazzini, ma non lo ha mai potuto fare. È iuventino sfegatato, la sua camera bianconera lo conforta, il calciatore Chiellini è il suo mito. Mamma dai, anche io giocherò presto, vedrai. Insieme, sempre, ogni giorno più forti.”

Il motto: quello che mi ha insegnato mia nonna “diventa tu un problema per i tuoi problemi”
Chi ti ha aiutato: la famiglia solida e tanti amici
Cosa ti manca: qualche sfizio per me ed un po’ di shopping libero
Il sogno: vedere mio figlio correre e giocare a calcio

CAPITA ANCHE NELLE MIGLIORI FAMIGLIE

La storia di Betti è la storia di una bella ragazza, giovane e precoce, piena di vita e di speranza, iniziata a quattordici anni, dopo la morte prematura ed improvvisa della mamma, a soli quarant’ anni e proseguita poi, a diciott’anni e fino ad oggi, con una gravidanza inaspettata, un matrimonio solido ed una gioventù che rincorreva divertimento e spensieratezza.

Betti ha avuto il suo primo figlio - Danilo - appena maggiorenne: un bambino “bello come il sole” , coi capelli color oro,
arrivato a sorpresa, che ha saputo rinsaldare il legame di coppia, unire
i nonni e offuscare il lutto della perdita della nonna materna, ma anche aprire una strada inaspettata, capace di stravolgere equilibri, progetti, pensieri, preoccupazioni che cambiano la vita. Oggi Betti ha sessantasette anni,
è sposata da quarantanove, è una nonna disponibile ed amatissima,
ha due figli, il primo di quarantott’ anni ed il secondo di trentacinque.
Ha lavorato nel commercio ma è volontaria e presidente dell’Associazione Amici di San Patrignano Treviso. Ogni giorno, aiutando i giovani affetti
da dipendenze e i loro genitori, lotta contro il “male oscuro” e contrasta
la droga. “Mai avrei pensato” – racconta- “che mi sarebbe potuto capitare.
Eravamo una bella famiglia, giovane e piena di amore. Avevamo tutto,
non ci mancava niente. I nonni ci aiutavano ed ho potuto tirar su mio figlio senza troppi problemi. Non sapevo neanche cosa fosse una canna. Invece la droga è arrivata, nella nostra bella casa, comprata coi sacrifici del lavoro, ed ha colpito il nostro ragazzo, Danilo, a soli diciassette anni. Da quel giorno, non ne siamo più usciti.
La droga è un tunnel in cui sai quando entri e non sai quando e come ne esci. È - come mi ha detto fin da subito il mio caro amico della comunità di San Patrignano – ‘un cancro che va curato e che non bisogna lasciar andare in metastasi’. Danilo era un bambino vivace e ribelle, a scuola ne faceva di tutti i colori, spesso prendeva note e veniva sospeso, ma siamo riusciti ad arrivare al diploma. Poi il primo lavoro, in officina, le discoteche, gli amici. Era un ragazzo come tanti. Di colpo, è arrivato il cambiamento. Una calma apparente ed i primi, strani segnali: trascuratezza, disattenzione, conti che non quadravano. In breve siamo arrivati alla Digos, un amico che conoscevamo lo seguiva
da tempo. Poi la confessione, liberatoria, chiara, potente: ‘si mamma,
mi drogo, non solo canne, ma cocaina ed eroina, ho iniziato un anno fa
ed ho già fatto l’escalation’. È stato un dolore forte, lancinante, forse peggiore di quello provato a quattordici anni con la morte di mia mamma. Da quel momento è iniziato un calvario, non solo mio, ma di un’intera famiglia, di mio marito e del mio secondo figlio che all’epoca era un bambino. All’inizio abbiamo pensato subito che ce la potevamo fare, con amore, dialogo ed i medici del Sert. Ci siamo accorti ben presto che non sarebbe stato facile uscirne: la resistenza ai trattamenti, il dominio psicologico della dipendenza, la fragilità che persiste, le mille domande irrisolte, i consigli dei medici. I nostri trent’anni con la droga sono passati attraverso varie fasi che hanno alternato lunghi periodi in comunità a periodi di lavoro e anche successi, momenti di allontanamento forzato e profondi riavvicinamenti, e ben tre, forti, pesanti, ricadute.
Abbiamo iniziato con l’approccio razionale: il Sert, i medici, i farmaci,
la prima comunità, la terapia. Poi - vista la prima ricaduta - abbiamo capito che era necessario rimettersi in gioco e che la guarigione doveva passare solamente da una scelta profonda, libera, autentica, responsabile di Danilo. Nulla di imposto poteva funzionare: per uscirne, bisogna crederci fino in fondo e porsi di fronte alle proprie responsabilità. Siamo approdati
al gruppo locale di San Patrignano (a Castello di Godego) pieni di speranze
e già reduci da una prima delusione.
Lì abbiamo trovato genitori con la nostra stessa esperienza, aiuti veri
e sinceri e da li siamo ripartiti. Abbiamo dovuto imparare, con tanta sofferenza, a non accoglierlo continuamente in casa, ma a lasciarlo solo
di fronte alle proprie responsabilità. La guarigione doveva partire
da una scelta profonda di autonomia, non dai farmaci.
Da un uomo ormai adulto che voleva uscirne, non da un figlio aiutato
e protetto. È stata durissima: ho dovuto fare quello che una mamma
non penserebbe mai di fare: chiudergli la porta di casa in faccia, lasciarlo vagare fuori al freddo, sotto la pioggia, in pieno inverno, per giorni e giorni, far passare il Natale senza dare segnali, aspettare il suo ritorno forte
e motivato, con la convinzione vera di andare in Comunità. Danilo è tornato, una, due, tre volte, ha scelto di prendere il treno per San Patrignano, ha fatto tutto il percorso riabilitativo, ha lavorato in molti settori, ha liberato risorse, ha saputo dare il meglio di sé, ha superato distacchi e fatiche, è stato anche per alcuni periodi all’estero. È arrivato alla disintossicazione con tempi lunghi, è tornato e si è inserito nel mondo del lavoro, ma è incappato in un’altra, grande, potente, delusione. Un’unione di coppia sbagliata con una ragazza conosciuta a San Patrignano, che aveva già una figlia di sei anni (Arianna, amata come una nipote). La relazione è durata poco, ha incrinato l’equilibrio faticosamente raggiunto ed ha portato con sé un’altra ondata di sofferenze: amori, liti, separazioni, depressione, alcol. È diventato papà di Emma, che oggi ha nove anni, capelli dorati ed un carattere forte. Emma, in quanto figlia di genitori ex tossicodipendenti è seguita dai servizi sociali ed ha il sostegno a scuola. Entrambi i genitori si portano dietro anni di fragilità, debolezze e dolori, io e mio marito cerchiamo di essere il suo punto di riferimento sicuro e la aiutiamo. Oggi Danilo non è completamente autonomo ma si rende utile ed ha iniziato un lavoro nel settore dell’assistenza che lo appaga, riesce a vedere Emma grazie al buon rapporto coi servizi sociali, la sua presenza in casa è positiva. Abbiamo imparato a vivere il presente, ad accontentarci delle piccole, grandi, conquiste quotidiane, le telefonate serali con Arianna ed Emma sono una gioia e mi fanno credere che esista ancora, per Danilo, Emma, Arianna e per tutti noi, una porta che si apre verso la serenità che la droga ci ha sottratto per troppo tempo. Il prossimo anno festeggerò i cinquant’ anni di matrimonio, ne abbiamo passati trenta a lottare contro la droga e siamo rimasti uniti. Ogni giorno aiuto altri genitori, giovani come ero io, a tirar fuori la forza per affrontare questo dramma. Capita anche nelle migliori famiglie”.

Il motto: vivi al meglio il tuo presente
Chi ti ha aiutato: gli altri genitori con la mia stessa esperienza
Cosa ti è mancato: la lucidità iniziale
Il sogno: quando me ne andrò, chiudere gli occhi con un sorriso, orgogliosa di lasciare un segno profondo a chi mi ha amata

L'AZZURRO DEGLI ASINI

L’Azzurro degli Asini non è solo l’evocativo titolo di un’Associazione, ma è la storia che racchiude la vita di Lisa - infermiera in forza alla terapia intensiva - prestata a un grande progetto dedicato all’amore ed al rispetto degli animali che dialoga con il variegato mondo delle persone fragili.

Lisa ha fondato, col marito Roberto (anch’egli infermiere) ed una ristretta cerchia di familiari, la propria Associazione e dal 2013 ha iniziato un percorso formativo - personale e professionale insieme - che esplora le nuove frontiere della cura e dell’assistenza. È una pioniera degli Interventi Assistiti con gli Animali (IAA, genericamente noti come Pet Teraphy), disciplina che ha saputo declinare non in un semplice hobby, ma in un progetto aperto a chi ha bisogno. “Il progetto”- racconta Lisa – “ha radici profonde nell’amore per gli asini, animali a me molto cari. Il ricordo del primo asino l’ho impresso nella mente: mio padre vestito da Babbo Natale con l’asino a fianco alla festa di Natale all’asilo. Ho sempre disegnato e guardato gli asini, li ho ritrovati molti anni dopo, col matrimonio, nel lavoro di mio suocero. Ho iniziato ad appassionarmi, a osservarli, a studiarli. Ho provato sensazioni profonde: libertà e voglia di riscatto insieme. Mentre dei cavalli si sa tutto, degli asini si sa poco. Sono e restano ai margini delle “tendenze” perché nessuno se ne occupa, spesso sono stati maltrattati e mediamente non destano interesse, non vanno di moda, eppure sono animali “sapienti” che hanno contribuito a scrivere molte pagine di storia, amici degli alpini e grandi portatori di pesi, pazienti e forti. Sono ricchi di dignità e smuovono sentimenti profondi. Col loro sguardo e impercettibili movimenti delle orecchie, leggono la realtà e parlano all’anima di tutti noi. Entrano in contatto con le nostre sensazioni più profonde, curano le ferite emotive e ci restituiscono benessere ed affetto. Ho iniziato a studiare nel 2013 alla Città degli Asini di Padova dove ho conseguito l’abilitazione di coadiutore dell’asino. Da quel momento, ho intrapreso una strada tutta in salita ma rivoluzionaria, che si arricchiva di volta in volta di animali, emozioni, progetti, sogni. Ho trasformato - con l’aiuto e il supporto di mio marito - la casa in una grande fattoria, dove oggi ho un vero e proprio regno di animali da cortile. Ospito diciotto asini, due capre, due maiali, tre oche, un pulcino addomesticato, due cani, due cavalli, un pavone, vari gatti e una moltitudine di galline. Per ognuno di essi procuro cibo, acqua, cure e riparo dal freddo e intemperie. Vivono liberi e convivono tra di loro nel massimo rispetto di spazi e tempi. Non è un allevamento, né una fattoria tradizionale, ma una grande casa accogliente dove l’obiettivo primario è educare al rispetto, all’amore per la natura e creare occasioni di incontro e di dialogo per chi è in cerca di risolvere le proprie fragilità. Gli asini ci insegnano a metterci a disposizione, perché è ciò che fanno loro: ti accettano, ti accolgono e si dedicano agli altri con disponibilità. L’immaginario dell’asino porta in superficie tutti i tratti meno apprezzati dall’uomo: lentezza, sproporzionalità, goffaggine. Il mio desiderio non è quello di rincorrere i tratti più irraggiungibili, ma di recuperare quelli tralasciati per ridargli dignità. I nostri interventi ribaltano un concetto di fondo: l’animale non si utilizza per un servizio, ma lo si incontra per stabilire una relazione vera. Chiunque può venirci a trovare e mettersi in ascolto di se stesso, da solo o in gruppo. Si entra titubanti, e si esce arricchiti, in parte anche trasformati dalla lezione magistrale degli asini che sanno tirar fuori talenti, leggere emozioni, restituire fiducia. Certo, siamo solo nel mezzo del cammino, la fatica è tanta e l’investimento è stato enorme. Il mio stipendio va solo per il fieno, non mi avanza nulla, rinuncio allo shopping da anni e per completare il progetto servono ancora molte risorse, ma quando vedo che la famiglia dei mei asini sta bene, tutto passa, mi ricarico. Li vedo nascere, vivere, invecchiare, io mi sono adattata ai loro tempi e loro ai miei. Ogni mattina mi alzo alle quattro, faccio il primo giro di ricognizione, risolvo le urgenze ed assicuro il cibo. Poi parto, faccio il mio turno in ospedale, e dalle quindici e trenta in poi ricomincio fino a sera. Non esistono né ferie né week-end: se ti fermi sei perduto. Non mi sento una missionaria, ma parte attiva di un progetto in cui credo molto che vuole semplicemente rispondere ai bisogni, spesso trascurati o non noti, delle persone fragili. Lavoro con gruppi di anziani affetti da Alzheimer e demenze, bambini disabili ed autistici, siamo aperti a qualsiasi gruppo. Vengono spesso a trovarci gli scout, psicologi ed etologi, da poco alcuni bambini chiedono di fare qui la festa di compleanno. Oggi stiamo costruendo una sala coperta, attrezzata e riscaldata per le attività, stiamo pensando ai profumi e agli odori della natura. Pensiamo di allargare l’orto e di creare un giardino sensoriale per i disabili, ma anche di avviare corsi di cucina naturale. Cerchiamo, senza retorica, quell’armonia tra corpo e mente che tutti cercano da secoli. Io ci sto provando con gli asini, animali semplici e fedeli che mi hanno insegnato di partire sempre, nella vita, dalla dignità. Ho passato momenti critici, ma ho anche trovato belle persone che ci hanno aiutato come Laura Cadorin e Claudia Vedelago. Ho tre volontarie meravigliose, collaboro con varie associazioni e psicologi, sto pensando di aprire la fattoria al Servizio Civile. Ogni giorno, il mio work è veramente in progress e si apre a nuovi orizzonti. Grazie Asini”.

Il motto: crederci sempre e rischiare
Chi ti ha aiutato: mio marito, la mia famiglia, Laura Cadorin e Claudia Vedelago
Cosa ti manca: qualcosa di nuovo nell’armadio
Il sogno: nuove risorse per allargare il progetto

IMPARARE AD AMARSI,
ANCHE CON LA MALATTIA

Giovanna a undici anni era già orfana di padre, a quattordici era già al lavoro come operaia in regola, a trentadue conquistava - grazie alle scuole serali - il Diploma di Dirigente di comunità, a cinquantotto anni - dopo anni di assistenza alla madre ed un percorso lavorativo nel mondo della sanità - ha fatto pace con il morbo di Parkinson, la malattia neurodegenerativa con la quale convive da nove anni.

Alta, bionda e curata ha affrontato a mani nude - con la propria forza d’animo ed una straordinaria capacità di accettazione - quella malattia subdola, difficile da diagnosticare, che ha fatto la sua comparsa in una tranquilla passeggiata in Restera, con una gamba che cedeva senza motivo. Giovanna era - per la sua Comunità - la piccola Loretta (un secondo nome, un vezzo) graziosa e gentile, sempre pronta ad aiutare la mamma e brava a tenere in ordine. Assistenza, lavoro, casa: poco spazio per giochi, svaghi e frivolezza. Perché l’infanzia di Giovanna è stata segnata dall’alcol - che aveva stregato il padre - quel bell’uomo giovane di cui sua madre si era innamorata senza mai pentirsene. Morto a soli quarant’ anni di infarto dopo una vita passata tra alcol e ricoveri al S. Artemio- “ho potuto capire dopo anni” – racconta Giovanna- “che in realtà anche mio padre era fragile e sofferente solo quando ho conosciuto un infermiere del S. Artemio che me lo ha descritto sotto un’altra luce, diversa dai miei ricordi di bambina, che me lo restituivano solo come un disoccupato che beveva”.
Nulla di regalato per Giovanna: ogni snodo, ogni scelta, ogni percorso
è stato il frutto di una fatica e di una conquista.
Difficili sono stati gli anni di assistenza alla madre, per quasi vent’anni malata di cancro, sopravvissuta a prognosi infauste. Così come è stato forte
il segnale di fede che ha ricevuto con la malattia della sorella, di due anni
più giovane, colpita a soli quattro anni da meningite e risvegliatasi
nel giorno di S. Antonio, proprio il Santo cui la mamma era devota.
Per passare dalla fabbrica di pelletterie agli Ospedali, a Giovanna
non è bastata solo la maturità, conquistata da privatista con l’aiuto di amici
e notti di studio, ma le è servito il percorso di OSS (Operatrice Socio Sanitaria), frequentato con ottimi risultati per due anni, che le ha consentito
di inserirsi nel mondo della sanità, conoscendo vari reparti e funzioni
e collocandosi poi nelle Segreterie di Medicina interna e Pneumologia e, negli ultimi anni, nella Biblioteca ospedaliera dove ricopriva il ruolo di responsabile. E se la sanità è stato l’ambito di realizzazione lavorativa, la salute, per Giovanna, è stata la partita più importante della vita.
Quella che l’ha costretta a rimettersi in gioco, ad ascoltarsi, a comprendere nel profondo il significato della convivenza con la malattia.
Convinta che le “malattie si alimentino col pensiero”, Giovanna è giunta all’accettazione totale del morbo di Parkinson dopo un lungo percorso di ascolto del proprio corpo che l’ha portata ad acquisire la consapevolezza necessaria per gestire la malattia. “Pur conoscendo molti medici” - spiega Giovanna - “sono arrivata dal neurologo e alla diagnosi dopo anni di ricerche e tentativi, passando anche attraverso le accuse di ipocondria, speranze, esami, attese, terapie per il mal di testa o per la depressione. La molteplicità dei sintomi e la complessità sanitaria generata da questa malattia subdola e ‘multitasking’, hanno fatto sì che arrivassi alla diagnosi clinica con Parkinson conclamato e solo per risposta alla terapia prescritta dalla neurologa che ha deciso di fare il grande passo prescrivendo la levodopa. “Oggi ho una terapia che funziona e che so dosare, ho alcune giornate molto brutte che poi però passano, convivo con il Parkinson e se dovessi dare una mia lettura, posso dire che mi ha insegnato a dare valore alle cose importanti, a stabilire le priorità, mi ha aiutato a rispettare me stessa e ad ascoltarmi di più. Forse mi ha insegnato l’amore vero. Mi ha portato all’Associazione malati di Parkinson nel 2012, e nell’Associazione ho avuto un’altra grande occasione di rendermi utile agli altri malati. Ci sono arrivata come il “brutto anatroccolo”, anche se ero tra le più giovani, oggi mi sento quasi un cigno cresciuto. Coi volontari abbiamo fatto squadra, ho avuto la possibilità di trasformare la malattia in una nuova occasione di relazione con gli altri. Ho conosciuto persone meravigliose con le quali si è stabilita una sorta di sacra alleanza che ci tiene unite - soprattutto tra donne - ben oltre la malattia. Sono i tasselli di un’esperienza umana straordinaria. Nel percorso comune della sofferenza, scattano meccanismi unici ed indimenticabili. Nel lockdown abbiamo cercato, in collaborazione con i medici di Neurologia, di essere vicini a tutti ognuno per la propria parte, con telemedicina ed attraverso attività telematiche. Ogni giorno mi alzo, lavoro, organizzo iniziative e videoconferenze, avvio collaborazioni con le altre Associazioni di malati cronici per ottenere servizi, agevolazioni, informazioni. La malattia è, semplicemente, una dimensione in cui bisogna imparare a stare. Ho avuto alcune grandi fortune ed una certezza: la fede cattolica prima di tutto, che non mi ha mai abbandonato e l’incontro con Lucia, la psicoterapeuta che mi ha accompagnato per un significativo pezzo di vita, grazie alla quale ho potuto compiere il mio percorso di accettazione e convivenza serena. Ho un compagno, Gigi, che da quattro anni mi aiuta e mi supporta, ed un grande gruppo, quello dei volontari e degli amici malati che ho l’onore di rappresentare.”

Il motto: essere consapevoli di se stessi e del proprio corpo
Cosa mi ha aiutato: la psicoterapia con Lucia
Cosa mi è mancato: una spalla a cui appoggiarmi
Il sogno: continuare a non aver paura

UNA NONNA STAGISTA:
RINASCERE IN PENSIONE

La storia di Ornella è la storia di una nonna che ha saputo affrontare lutti, difficoltà e fasi della vita e che è sempre stata pronta a riemergere. È una delle rare persone che hanno avuto la fortuna di poter nascere e vivere sempre nella stessa casa - quella dei genitori - grazie ad intelligenti divisioni: una graziosa villetta a San Zeno. È la prima dei tre figli e, come spesso accade, è dovuta andare a lavorare presto per permettere ai più piccoli di proseguire gli studi.

Ornella ha settantun anni ma – si sa - i settanta di oggi sono come i sessanta di ieri, ha frequentato le scuole commerciali ed è una delle donne pioniere del lavoro in azienda. Ha lavorato prima alla concessionaria Necchi e poi alla Dal Negro Carte da Gioco, “azienda simbolo meravigliosa che ha creduto in me e mi ha fatto crescere”. “Avevo sedici anni quando sono entrata come impiegata addetta alla fatturazione e usavo una macchina da scrivere Olivetti M40, che ancora conservo nel mio studio”. È stata coinvolta fin dai primi passi dell’informatizzazione e ne è diventata responsabile, un CIO (Chief Information Officier) ante litteram. Per assicurare che il suo lavoro proseguisse correttamente anche dopo il suo pensionamento, nel 2004, ha formato dei giovani che potessero sostituirla in una fase di sviluppo e crescita importante dell’azienda. “È stata una soddisfazione insegnare e passare le conoscenze acquisite in tutti quegli anni ai giovani e vederli poi camminare, anzi, correre da soli”. “Ho visto - purtroppo - la morte in faccia diverse volte. Prima ho perso mio padre in un incidente stradale nel 1976 e tre anni dopo, sempre per un tragico e assurdo incidente mio fratello, Mario, che non ha mai potuto conoscere suo figlio nato tre giorni dopo la sua scomparsa. Nel marzo 2014 ho saputo che saremmo diventati nonni, ero entusiasta all’idea di preparare con mio marito tutto il necessario per l’arrivo della nostra prima nipotina, ma lui ci ha lasciati in una notte di giugno, silenziosamente, a causa di un infarto improvviso a soli sessantacinque anni. Per fortuna quella sera c’era in casa mio figlio, che, nonostante abitasse già a Padova, il destino ha voluto fosse lì per non farmi vivere da sola quei terribili momenti”. “In tutto questo” - racconta - “ho sempre avuto l’idea forte e granitica della famiglia: uniti sempre, davvero, nel lutto, nella gioia, nell’assistenza a mia madre nei suoi ultimi anni. Ho ricordi bellissimi in cui prima di andare a lavorare scendevo, davo la colazione a mia mamma, mi accertavo che fosse tutto a posto e poi iniziavo la mia vera giornata lavorativa. Prima coi miei genitori, ora coi figli e nipoti: dalla famiglia ho preso e restituito la carica, sempre. Sono andata in pensione nel 2004: è stato un momento di rinascita, di ripartenza, avevo tutte le intenzioni di riscattarmi di alcuni aspetti che a causa della mia intensa vita lavorativa avevo trascurato: mi chiamavano mamma bo-frost perché compravo tutto surgelato. Ho deciso di ritornare a scuola e di fare quello che non avevo mai fatto. Mi sono iscritta a sessant’anni all’Alberini per prendere il diploma di chef. Quattro anni di scuole serali, sala bar e cucina, con tanto di libri, voti, pagelle, esami, stage. Di giorno insegnavamo anche l’italiano ai ragazzi stranieri. Al quarto anno sono partita coi ragazzi, con queste ‘tosete’ che erano in classe con me, in macchina per la Grecia: ero assegnata per uno stage in un grande hotel. Un mese, un’esperienza bellissima. Ho conseguito il diploma, sia di sala bar che di cucina. Contemporaneamente mi sono iscritta al corso volontari di Advar e sono dentro questa meravigliosa Associazione da quindici anni. Ho iniziato con l’assistenza domiciliare ai malati terminali, che è stata un’esperienza intensa e forte: è molto più quello che si riceve rispetto a quello che si dà. Poi ho messo a disposizione dell’Associazione la mia neo esperienza acquisita nei quattro anni di Scuola alberghiera e mi hanno permesso di fondare il gruppo cucina degli Argonauti. Nella mia cucina facciamo di tutto, lavoriamo ed organizziamo tutti i rinfreschi che servono per l’Associazione, fino a prima del Covid e ora mi manca tantissimo. Il gruppo cucina che ho l’onore e il piacere di coordinare, è composto da pensionati e pensionate volontarie Advar con grande passione e doti culinarie, ognuno ha la sua specialità e ha portato le sue ricette segrete, ma la nostra forza è stata quella di formularle tutte in monoporzioni e finger food. Il volontariato è stata una forza propulsiva e fondante della mia terza fase della vita. Ho mutuato l’esperienza dell’Advar anche nel mio quartiere, faccio parte dell’Associazione Qua San Zeno, organizzo i gruppi di burraco per gli anziani e partecipo alla festa del quartiere. In questo periodo, invito qualche anziano solo qui a casa, nel mio giardino, per qualche ora di gioco a carte, distanziato e con le regole. Ora, purtroppo, il Covid ci ha bloccato: la festa grande di quartiere per quest’anno salterà, ma per l’anno prossimo ho in testa un modello di festa meraviglioso che ho visto a Pordenone, una festa in cui i bambini scendono in strada e vendono autonomamente i loro giochi. In questo modo imparano a gestire i soldi, a capire il valore economico delle cose che hanno, a staccarsi dagli oggetti che hanno esaurito la loro funzione e diventano più autonomi. È una festa bellissima e mi piacerebbe realizzarla qui a San Zeno.”

Il motto: quando dai qualcosa agli altri, ti renderai conto che hai ricevuto molto di più di quello che hai dato
Chi ti ha aiutato: la famiglia
Cosa ti è mancato: mia madre, da quando è mancata mi sono sentita in prima linea e mi è cambiato il concetto di responsabilità
Il sogno: una grande festa di quartiere per i bambini

CE N'È PER TUTTI I GUSTI

La storia di Elisabetta - in arte Bettina - è una storia di coraggio, creatività, passione e fantasia. Bettina ha cinquantatrè anni, un marito, due figli adolescenti ed un’attività imprenditoriale: crea, produce e commercializza biscotti, sia dolci che salati nel trevigiano. “Ho iniziato questa avventura, forse follia” - racconta - “nel 2008, giusto un mese prima del grande crollo di Lehman Brothers.

Ho lasciato un lavoro sicuro a Padova - in Safilo - dove ero stata assunta con la mia Laurea in economia aziendale, avevo due bambini, ero certa di saper fare i biscotti, ero supportata da mia sorella tecnologa alimentare e sicura dei consigli di mio marito. Grande visionario, uomo di marketing e di azienda, mi ha convinto della validità del progetto di impresa. Ci siamo fidati del nostro ‘sesto senso’, volevamo intraprendere questa strada per lasciare qualcosa di concreto ai nostri figli: era un progetto di famiglia. La grande crisi ancora non si era palesata, ma sapevamo che non sarebbe stato facile, per le giovani generazioni, trovare un lavoro. Siamo partiti da noi, dalla mia passione per i biscotti, da un’abilità molto semplice che ho coltivato molto coi bambini nella cucina di casa. In Francia avevo ammirato la formula ‘cure gourmande’, una distribuzione di biscotti sfusa davvero molto innovativa che in Italia mancava e che mi ha molto ispirato. Ha contribuito un cartello, visto per caso a Dosson: affittasi laboratorio di pasticceria. Era praticamente nuovo e pronto per l’utilizzo, non mancava nulla. In pochi mesi siamo passati dall’idea al progetto: mio marito ha mantenuto il suo lavoro a Verona per garantire la sussistenza della famiglia. Io mi sono licenziata, ho fatto i corsi necessari per l’haccp, mi sono assunta il rischio di impresa e con l’aiuto tecnico di mia sorella, le idee di marketing di mio marito, la mia passione e tanta fatica, abbiamo fondato una biscotteria con un marchio identitario: Biscotteria Bettina. Un prodotto semplice, sano, senza creme, fatto con materie prime di qualità, innovativo nella diversificazione dei gusti, ma basato sui principi della tradizione italiana. Nonostante la crisi mondiale, nel 2010 abbiamo aperto un negozio in centro, con i primi distributori di biscotti sfusi. Decine di tipologie e tante nuove esperienze gustative: grano khorosan per i dolci e curry per i salati, ne avevamo davvero per tutti i gusti. Ci siamo sbizzarriti in confezioni e sacchetti. Abbiamo assunto cinque donne appassionate in laboratorio: sperimentazione ed entusiasmo allo stato puro e senso di squadra tra donne. I nostri biscotti erano e sono distribuiti in bar, alberghi, ristoranti. Sono riuscita a tradurre - in forma di biscotto - il tiramisù trevigiano ed ho aperto la strada alla scatola di biscotti come cadeau tipico e turistico. Fin da subito, abbiamo pensato ad una produzione integrata e bilanciata col salato, per soddisfare i momenti del the e del caffè, ma anche per rendere omaggio all’altro grande rito trevigiano: l’aperitivo. Abbiamo sempre cercato di crescere proponendo gusti e sapori di ogni genere e regalando soddisfazioni e piaceri per il palato di privati, turisti, bar, ristoranti e alberghi. Non ho mai potuto fermarmi: la lista dei gusti si allungava sempre più, per far quadrare bilanci e produzioni, ho sacrificato tutto il mio tempo, ho sempre lavorato fino a tarda sera. Mi sono immersa nell’azienda per dieci anni: ho toccato con mano la responsabilità per i dipendenti, ho imparato, a mie spese, a trattare
con fornitori e direttori di banca.
La velocità ed il ritmo del lavoro mi hanno fatto perdere la dimensione
del tempo che passa. Me lo hanno però ricordato i miei figli, nel frattempo diventati adolescenti e con bisogni importanti. Entrambi, uno con lo sport a livello agonistico, l’altra con lo studio all’estero e la scuola, hanno fatto scelte impegnative che voglio seguire. La mia vita è un turbinio che si divide tra nuovi impasti ed allenamenti dei figli, trasferte, partite, verifiche, partenze verso l’estero. A volte sento tutta la stanchezza. In questo ritmo di corse e appuntamenti, durante il lockdown, ho approfittato per rivedere le priorità ed organizzare il lavoro in maniera diversa. Sto imparando a delegare di più: ho trovato delle persone uniche e speciali che hanno creduto nella Biscotteria Bettina e che condurranno con me l’azienda. Mi sono stabilita obiettivi minimi ma sto iniziando a ritagliare qualche scampolo di tempo per me, per le cose che mi piacciono. I libri, i concerti, la bellezza. Voglio tornare al mare, a Venezia, al Lido, il luogo in cui sono nata e cresciuta e dove vive ancora mia mamma. Conciliazione è anche questo: saper rinunciare a qualcosa quando serve e dare il giusto peso alle cose, restando in armonia coi ritmi dell’azienda, anzi cogliendo di essa i valori principali che fanno crescere. Il lavoro restituisce dignità prima di tutto, ma anche arricchimento. Oggi so che i vasi dei miei biscotti sono lì, esposti, con tutte le loro etichette pensate una ad una: regalano bontà negli alberghi di luoghi meravigliosi del Veneto e dell’Italia, ma anche in tante case sono il segno di relax ed accoglienza. Raccontano una storia semplice ma vera, vissuta giorno per giorno, tappa dopo tappa, ricetta dopo ricetta, imparando prima di tutto a mettersi in gioco.”

Il motto: umiltà, cultura, rispetto, sempre e ovunque
Chi ti ha aiutato: mio marito e mia sorella
Cosa ti manca: gli spazi per me
Il sogno: tornare a Venezia