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2022

BUONO, SANO E FATTO DA ME: DOVE TI PORTA LA PASSIONE

BUONO, SANO E FATTO DA ME: DOVE TI PORTA LA PASSIONE
Ha abbandonato i libri di diritto ed è arrivata là dove l’ha portata la passione vera e autentica, quella per la cucina. Una passione che non ha lasciato scampo: forte, geneticamente tracciabile, praticamente una vocazione per i fornelli allo stato puro. Stefania, 41 anni appena compiuti, trevigiana, dopo anni di studi universitari e pratica in studi legali ha lasciato il mondo del diritto per dedicarsi alla cucina, trasformandola in occupazione. Oggi è una felice e realizzata personal chef, dotata di attrezzature e cucina professionale, in grado di soddisfare qualsiasi palato. Al delivery e al takeaway ci è arrivata anni prima del lockdown. “Il lockdown – racconta Stefania – è stato un periodo utilissimo che mi ha consentito di organizzare al meglio la cucina, mettere in ordine le idee e consolidare il mio lavoro. La partita Iva mi consente di lavorare in tanti modi: dopo anni di corporate chef in azienda e qualche esperienza nei ristoranti, la vivo come un’opportunità, uno strumento di ricerca e di crescita personale. Gli stili di vita stanno cambiando, la gente ha sempre meno tempo e cerca soluzioni che possano migliorare e semplificare la loro quotidianità. I brunch pasquali o domenicali, le cene da divano, i sacchettoni della settimana che ho proposto su Instagram nel lockdown hanno fatto il tutto esaurito. Non avevo spazio per altri ordini”.
La passione di Stefania per la cucina è una passione che nasce in famiglia, tramandata da due nonne formidabili – una veneta e una umbro-toscana – e da una mamma che ha sempre cucinato molto bene coltivando i valori della freschezza, della genuinità e della salubrità. “Tutte – spiega Stefania – mi hanno curata e nutrita trasmettendomi il loro sapere”. Da dove nasce l’amore per la cucina? “Me lo sono chiesto tante volte – risponde Stefania – Penso che nasca prima di tutto dall’amore per il cibo: ho sempre mangiato tanto, bene e di tutto. Mi piace mangiare. Poi dalla famiglia sicuramente. Sono cresciuta con le ricette delle nonne scritte a mano nei quadernetti, e tutt’oggi sono alla base della mia cucina, il mio pilastro. Non le ho cambiate di una virgola. La pasta frolla o la pasta al forno delle nonne sono infallibili. È stato naturale, fin dai primi anni del liceo, far da mangiare per tutti. Mia mamma lavorava in banca e aveva una pausa pranzo ridotta, ma ha saputo trasmettermi il piacere del fare e del creare, con le mani e con la testa. Poi hanno contribuito gli amici che ho conosciuto negli anni del liceo e dell’Università: tutti amanti del buon cibo e delle buone cose. Insieme abbiamo organizzato serate memorabili, con la mia amica Eliana (oggi a Londra) abbiamo creato piatti e ricette di tutti i generi. E con Federica e Giulia siamo arrivate persino a creare un blog (Forchette Piccanti). La convivialità è stata per me una dimensione generativa e produttiva che mi ha arricchita in maniera costante”. La passione costa, chiede scelte forti e sacrificio. Anche per Stefania è stato così. “Fino ai 34 anni – racconta – la cucina era solo una passione da coltivare con gli amici dopo il lavoro in studio, una sorta di grande hobby che mi ha consentito di divertirmi con aperitivi, cene e qualche evento. Non è stato facile comunicare ai miei genitori che era giunto il momento di lasciare il mondo del diritto. Ho trovato il coraggio di farlo e ho fortunatamente ricevuto il loro supporto. Ho deciso di rimettermi in gioco e di prendere il diploma di chef, perché il saper fare non basta, il titolo serve. Ho trovato, a Valdobbiadene, la scuola giusta. Dopo anni di Università, sono ritornata sui banchi di scuola e in un anno ho preso il diploma di chef a pieni voti, è stato un anno meraviglioso dove ho conosciuto tanti amici. Poi ho voluto imparare, e ho avuto la fortuna di lavorare in ristoranti, alcuni anche stellati, dove lo chef mi ha dato fiducia. Due luoghi su tutti, Venezia e Dobbiaco: dove prendi coscienza della misura di quello che sei e dove il giudizio dei grandi ti fa crescere. Poi l’esperienza a bordo: come chef stagionale nelle piccole crociere di fiume con turisti americani e stranieri, senza orari, in un ritmo che alternava lunghe settimane di lavoro incessante e giorni di riposo a terra. Lì ho dato libero sfogo alla creatività, in un percorso quasi adrenalinico che mi portava a sperimentare ogni giorno di più. Infine, la chiamata in un’azienda produttrice di abbattitori come corporate chef: il sogno di avere una cucina smisurata a disposizione e la possibilità di creare da zero tutto il necessario per far conoscere alle persone questo nuovo elettrodomestico. Una sfida meravigliosa che mi ha aperto grandi scenari, dove ho dovuto far fare uno scatto all’abilità personale e trasformarla in un modello di business. Ho capito che dovevo dare metodo all’artigianalità spontanea, senza mai cadere nello scontato e nella monotonia. Ho avuto soddisfazioni enormi: sono entrata con tutta me stessa nella potente avventura del finger food, una dimensione generativa che mi appartiene molto e in cui ho potuto rielaborare, con uno sguardo diverso, qualsiasi ricetta di partenza. La più classica e scontata poteva diventare un nuovo finger food da proporre nei buffet aziendali: una sensazione bellissima. Dopo anni di grande lavoro, di risotti per 40 persone, di pastiere napoletane infallibili, di prove e controprove, ho deciso, anche per scelte famigliari, di tirare qualche somma e di ritornare a fare la “solista”. In casa, da sola, ma aperta al mondo. Utilizzo i social e faccio ricerca ogni giorno, ho trasformato la mia cucina in una cucina professionale: invento di tutto e accontento i clienti vecchi e nuovi che mi chiamano. Vivo i momenti clou delle famiglie come piccoli battesimi e compleanni, ma cerco di allietare anche semplici cene tra amici, domeniche solitarie di single che ordinano i miei brunch, amiche che nei miei aperitivi ritrovano abitudini consolidate. Mi adeguo agli orari delle partite e ai nuovi stili di vita (divano, Netflix, aperitivi rinforzati, cestini per il weekend), basta un muffin o un’insalata diversa per cambiare lo spirito di una giornata magari nata grigia. Mi piace pensare che in quel piatto restituisco sempre una parte di me, un po’ di felicità, una nuova esperienza che magari può diventare ricordo sereno. Il cibo è arte, emozione, passione, vita, comunicazione e nutrimento. Un modo per dire la mia in questo mondo difficile”.