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2022
CERCANDO LA STELLA POLARE
Roberta, 36 anni, è formalmente formatrice professionale, psicologa e mental coach, ma è prima di tutto una grande atleta nel corpo e nello spirito. La sua storia inizia presto nel mondo del nuoto. Performante in acqua a soli 5 anni, fa subito capire che in piscina avrebbe potuto “andare forte” e avere un futuro. E in piscina ci è rimasta, allenandosi tutti i giorni per ben 23 anni (dai 5 ai 28 anni), specializzandosi nei 200 a dorso e nei 400/800/1500 a stile libero e conquistando 30 titoli italiani di categoria e 10 titoli assoluti, 3 medaglie internazionali e varie partecipazioni a livello internazionale. Con la famiglia originaria di Ciano del Montello, oggi vive a Postioma, tranquillamente single dopo un fidanzamento importante con Giovanni. Il suo percorso umano e professionale è stato segnato dall’impegno, dal sacrificio e dalla lunga convivenza con una grande e insidiosa malattia: il morbo di Alzheimer, che ha colpito precocemente (a soli 59 anni) la mamma Giuseppina, cambiando la vita di tutta la famiglia.
Roberta ha girato molte piscine d’Italia, è uscita di casa a 18 anni per seguire il suo sogno sportivo, ha vissuto da sola fin dall’ultimo anno di liceo scientifico frequentato a Torino, dove è rimasta per 5 anni. Ha vissuto a Varese, Trieste e Desenzano allenandosi tutti i giorni, estate e inverno, in un ritmo dettato da lezioni, verifiche, esami, gare e rientri a casa ogni due o tre settimane. Mente e corpo, impegno e sacrificio, fragilità e coraggio, legami e distacchi, orgoglio e disciplina, dovere e libertà, in Roberta diventano quasi una dialettica costante che caratterizza questa donna che oggi riesce, con successo, a dare corso alla sua missione: “rendere la vita semplicemente meravigliosa agli altri ( e anche a me stessa), senza fare la fatica che ho dovuto fare io. Cerco di dare agli altri quello che avrei voluto sapere anch’io prima”. Se oggi Roberta può guardare in retrospettiva le fatiche e i sacrifici, fare il conto dei risultati raggiunti e ammirare il medagliere, lo deve prima di tutto a sé stessa, alle doti naturali di acquaticità e prestanza fisica, all’autocontrollo mentale, alla consapevolezza di sé e all’aver imparato a chiedere aiuto. Ma anche ad alcune persone “chiave”: “Bane, il mio primo allenatore, avuto fino a 18 anni, mi ha insegnato molto sulla forma mentis dell’atleta. Poi, di fronte ai primi disorientamenti per la malattia della mamma, il medico della società sportiva mi ha dato un supporto emotivo fondamentale. A 20 anni fai fatica a capire cosa ci si deve aspettare dalla malattia che scardina tutti i rapporti famigliari. Ognuno di noi – io, mio fratello e mio papà – abbiamo fatto quello che potevamo con le risorse che avevamo, ma ci ho messo anni per abbandonare il senso di colpa nei confronti di mio padre, che lasciavo con mia madre perché vivevo fuori casa per il nuoto, e questo lo devo alla mia psicoterapeuta. Poi la zia Teresa, sorella più giovane della mamma, con lo zio Michele: entrambi sono stati il mio porto sicuro nei momenti difficili, sono due pilastri della mia vita. Infine, la lettura: ho scoperto l’importanza dei libri per caso quando nuotavo e mi hanno aiutata a capire quale sarebbe potuta essere la mia futura professione post nuoto”. Tra una squadra e l’altra, tra gare e allenamenti, Roberta ha raggiunto nel 2016 il traguardo importante della laurea magistrale in psicologia a Padova, un percorso di studi cercato e voluto, portato avanti stringendo i denti. “Ho lasciato il nuoto a quasi 28 anni ed è stato un distacco duro ma consapevole. Mi sono rimessa in gioco e mi sono chiesta cosa avrei potuto dare al mondo: ho scelto psicologia, disciplina che mi ha sempre attratta e che frequentavo da anni con buone letture. Mi sono specializzata in psicologia dello sport e mental coaching. La mente mi affascina: è uno strumento potente che bisogna conoscere e allenare”. Da alcuni anni Roberta è formatrice aziendale e si occupa di relazioni, team e gestione dello stress, è mental coach sportiva e lavora come psicologa in ambito personale. “Voglio dare alle persone gli strumenti migliori per essere più felici. La felicità si scopre, si conquista e si costruisce: in questo sento che la mia mamma mi guida, lei che nella malattia mi ha insegnato tanto e che nel 2021 è mancata. Da allora la cerco sempre con lo sguardo nel cielo, un po’ come si cerca la stella polare”. La malattia della mamma ha accompagnato metà della sua vita, ha messo alla prova equilibri, affetti e legami. “Da ragazza, quando tornavo a casa, vedere i peggioramenti della mamma mi destabilizzava ogni volta. La malattia ti mette di fronte alla dura realtà e ti costringe a fare i conti con te stesso e con il tuo disagio, però ti insegna anche a dare il giusto valore alla vita. Illuminanti le parole del mio papà Renzo, a volte un po’ burbero ma autentico: “eravamo felici e non lo sapevamo”. Bisogna farci caso quando stiamo bene e siamo felici, e dobbiamo anche dircelo”.