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2022
SEMPRE IN PRIMA LINEA
Geltrude Tonon è un esempio di impegno, fatica, resistenza. Molto più di una donna che lavora, è una donna che ha una coscienza sindacale fuori dalla media, che si è conquistata tutto nella vita, che ha saputo emanciparsi e affermarsi, tappa dopo tappa, obiettivo dopo obiettivo. Che nulla fosse regalato, Geltrude l’ha capito subito: “mi sono sposata a 19 anni, mio marito – a soli 24 anni – è morto per un embolo polmonare mentre ero incinta di 6 mesi e quando è nato il bambino non ho potuto che dargli lo stesso nome: Mario Brunello, per me Marietto. Era il 1968, ero economicamente a carico di mio marito, quando ho partorito hanno chiamato mio padre e sono riuscita ad avere l’assistenza sanitaria grazie al nostro medico di base. Ho provato sulla mia pelle l’importanza di una copertura sanitaria”. Geltrude, classe 1947, non dimostra i suoi anni: è un concentrato di forza e di energie. Nata a Santandrà da genitori veneti, ha avuto tre fratelli maschi, un padre alpino, attendente dai “Monti” – “una fabbrica, un mondo, un’istituzione” –, una madre che ha sempre lavorato sodo e che non è “mai diventata siora”. Entrambi le hanno insegnato che è meglio dare che ricevere, che un mestiere è un mestiere, che niente si ottiene senza impegno, che la fatica fa parte della vita, che di fronte al lavoro non ci si “tira mai indietro”. Un DNA semplice e forte, umile e orgoglioso, pieno di valori e di forza interiore. Con questo DNA ha iniziato il proprio percorso lavorativo a 14 anni, in tempi in cui nella campagna trevigiana l’unica possibilità – per una donna non ricca che non poteva studiare – era lavorare i campi o sperare in un matrimonio.
Geltrude ai campi lavorava, ma quando la filatura del Montello di Nervesa ha iniziato a cercare le prime ragazze lavoranti, non si è tirata indietro, andava a lavorare al sabato e alla domenica mattina. “Quando arrivava l’Ispettorato del lavoro noi ragazze ci nascondevamo dentro la lana. Avevamo tutte paura, però ci trattavano bene, ci insegnavano il mestiere, ci formavano, per un periodo avevamo addirittura un autista che ci accompagnava allo stabilimento, alla fine ci portavamo a casa il nostro stipendio ed eravamo contente”. Vita in campagna e lavoro, poi il matrimonio è arrivato, ma non ha mai fatto in tempo a sentirsi la “signora Brunello” perché si è trovata vedova, con un bimbo appena nato, a 19 anni. “Ho deciso di continuare a vivere con mia suocera, che lavorava i campi e vendeva i prodotti del suo orto al mercato, aveva il suo banchetto in piazza e ha potuto aiutarmi nei primi mesi dopo il parto. Insieme abbiamo elaborato il lutto, ci siamo aiutate, non sono tornata a Santandrà, sono voluta restare in quella famiglia acquisita. Le ragazze con cui lavoravo alla filatura prima del matrimonio, appena hanno sentito che avevo bisogno, sono arrivate con borse di cibo e aiuti per il bambino. Non lo dimenticherò mai, ci sentivamo un gruppo anche quando eravamo lontane”. Se la vedovanza precoce ha segnato la fine di un sogno, di sicuro ne ha aperti molti altri. “Dopo i primi mesi ho iniziato a cercare un nuovo lavoro, ho anche lavato i piatti in un asilo. Poi, verso la fine del ’68, seppi da un usciere della Provincia che cercavano una bidella per la succursale del Liceo scientifico Da Vinci. Mi sono presentata e da lì è iniziato il mio percorso nella scuola: ci sono rimasta 39 anni, mi si è aperto un mondo che mi ha cambiato la vita. Ho ottenuto il diploma di terza media andando alle serali, il 1° maggio del 1970 ho preso la patente e ho potuto guidare la Cinquecento. Ad un certo punto avrei potuto fare il corso per diventare infermiera psichiatrica ma ho scelto la scuola. Mi sentivo felice e autonoma, sentivo di avere gli strumenti per costruire qualcosa di buono. Ho conosciuto grandi professori e tanti personaggi. Uno su tutti Toto Tessari: da lui ho capito l’importanza della storia e della filosofia. Ho vissuto un intenso rapporto con gli studenti, ho visto passare intere generazioni. Di fronte ai bullismi o alle ingiustizie, mi sono sempre schierata dalla loro parte. I diritti sono diritti, anche per i ragazzi”. L’anima sindacale è uscita più tardi, quando è entrata a far parte dello staff della segreteria sociale della CISL, diventando ben presto la coordinatrice donne CISL. Il senso profondo del Sindacato, inteso come tutela della persona nel suo complesso, Geltrude l’ha vissuto come donna sola, sempre in prima linea, senza marito. “Il Sindacato – spiega Geltrude – è la vera risposta ai problemi del vivere quotidiano. Tutti dovrebbero avvicinarsi al Sindacato, soprattutto le donne, perché i diritti da conquistare sono ancora tanti. Ho conosciuto molte persone che mi hanno aiutata a realizzare progetti e ad aprire sportelli, mi dà molta soddisfazione lavorare come “portavoce” con e per il gruppo delle rappresentanti femminili, possiamo dare ascolto a tante realtà importanti. Se mi guardo indietro e penso da dove sono partita mi rendo conto della lunga strada percorsa. Ho sempre avuto un modello in testa, un esempio su tutte: Tina Anselmi”.