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2022
UNA VITA TRA PALLONI E MOTORI
Dominga Lot è la prima donna italiana a essere insignita del titolo FIVB, che significa arbitro mondiale di pallavolo. È stata anche la prima ad aver arbitrato una finale di scudetto maschile di serie A. Dominga è un’apripista: era l’unica femmina in una classe di maschi all’Itis. Oggi ha 44 anni e dirige il settore ricambi e accessori della Carraro Concessionaria Mercedes: è scesa in campo durante l’allattamento lasciando alla nonna il bimbo di un mese. Eppure è una ragazza come tante, cresciuta a Santa Lucia di Piave da due genitori che hanno saputo riconoscere e rispettare le passioni, senza pregiudizi e condizionamenti, sempre pronti ad aiutare. “All’epoca ero alta 1,75 ma oggi le altezze sono cambiate – racconta Dominga – ho iniziato a giocare a pallavolo da ragazzina. Come centrale e opposto. Un po’ mi accompagnava la mamma, un po’ mi arrangiavo.
Col mio Ciao (il motorino), pioggia, freddo o vento non ho mai mancato un allenamento. Andavo e tornavo da Colle Umberto e Mareno di Piave. Ero capitano della squadra e ho sempre giocato a livello provinciale. Quando ho fatto il provino per passare in serie B, mi sono infortunata e ho capito che l’arbitraggio poteva essere un modo valido e utile per non lasciare la pallavolo”. In realtà, il percorso da arbitro per Dominga è stato un’escalation: è bastata un’incomprensione con un arbitro aggiunta all’insistenza della sua palleggiatrice Chiara per decidersi a fare il corso, che ha scoperchiato un talento che altrimenti sarebbe rimasto sopito. Partita dopo partita, valutazione dopo valutazione, Dominga ha percorso tutti i gradini della carriera e si è guadagnata il titolo di arbitro mondiale. A settembre ha arbitrato i primi mondiali maschili under 21. Dominga ha due grandi passioni: quella per i motori, sana e genetica, ereditata dal padre, diventata un lavoro gratificante, esplosa in pieno nella Carraro Concessionaria e coltivata in anni di confronto coi maschi all’Itis, e quella per la pallavolo, una passione che non ha mai conosciuto sosta, nemmeno con le due maternità, la nascita dei due amatissimi bambini. Una spinta adrenalinica che ogni settimana l’accompagna mentre attende con ansia la designazione. “Non è stato facile all’inizio allontanarmi dai bambini, ma non ho mai avuto dei veri sensi di colpa – spiega Dominga – la domenica si parte, si gioca e si ritorna in nottata. Si fa fatica, è un sacrificio ma mi rende felice. Sì, è vero, ho lasciato i bambini appena nati a mia mamma per arbitrare, ma non credo di aver peccato, ho mantenuto il rispetto per lo sport e per la professionalità. Coi rimborsi, pago più agevolmente le spese per la casa e loro sanno che la pallavolo è una cosa importante per me. Non mi concedo niente altro: né viaggi, né aperitivi, né lussi. Utilizzo le ferie per arbitrare, lavoro sempre e non gli faccio mancare nulla. Ogni partita è una ricarica, quando entro in campo la concentrazione è massima, il resto un mondo rimane fuori. Ho visto tanti bei luoghi, ho vissuto esperienze ed emozioni, sul campo e fuori dal campo. Quando mi sono trovata in ambienti internazionali per i corsi è stata una prova importante: sola di fronte alla comunità mondiale della pallavolo. Non ho messo il velo ma mi sono adeguata, per rispetto, alle consuetudini musulmane durante il corso per arbitro internazionale in Bahrain. La pallavolo è una crescita continua, è un osservatorio che mi consente di scoprire il mondo e di misurarmi coi miei limiti. Sento di essere nel posto giusto, non sono ancora stanca. Spero che mio figlio più grande possa iniziare a giocare presto. Ha 15 anni ed è alto 1,87 m: il Covid ha spostato e limitato tutto. Ho imparato a gestire le proteste degli atleti e degli allenatori e a rapportarmi anche con il pubblico e gli addetti ai lavori. Non ho mai avuto problemi in camp nel confronto coi maschi. Quando fai bene il tuo lavoro sul piano tecnico e il comportamento è corretto non devi temere nulla. L’Itis è stata la mia palestra umana più vera. Ero l’unica ragazza in un ambiente “tecnico”: mi capiva solo il “secchione” della classe, un ragazzo sensibile che non vedo da anni e che mi piacerebbe rivedere. I professori mi hanno sempre incoraggiato e compreso, devo anche a loro parte delle mie scelte. Al lavoro, gestendo il settore ricambi e accessori, sono sempre in un ambiente maschile. Guardandomi indietro, posso dire che i miei genitori sono stati fondamentali: spero di poter aiutare i miei figli così come loro hanno aiutato me. Mia mamma è una donna moderna e non si è mai scandalizzata per nessuna delle mie scelte. Anche nei momenti più difficili della mia vita mi hanno aiutato e compreso. Quando le ho detto che volevo arbitrare mi ha risposto in dialetto: “questa me manchea…” Le devo molto. L’importante è non smettere mai di imparare e di sentirsi arrivati. Continuo a studiare inglese, non solo per la pallavolo, ma anche perché ho una sorella ingegnere che vive a New York: abbiamo un nipotino e voglio essere il “ponte” che lo collega ai miei genitori. Il fischietto è una parte di me, è sempre lì, pronto e fedele alleato, nelle gioie e nei dolori della vita, è il simbolo della mia libertà e della mia voglia di vivere. Un ringraziamento speciale va anche a Luciano e Fabrizio per aver creduto in me”.